Barbara Politi ha ricevuto la scorsa settimana il Premio Antenna d’Oro, riconoscimento che celebra una carriera poliedrica costruita con rigore giornalistico e versatilità narrativa. Dopo i primi passi nella carta stampata, è stata inviata nei programmi di informazione prima dell’approdo in Rai, dove ha consolidato il suo percorso tra intrattenimento e cultura con conduzioni di successo come Linea Azzurri, Pizza Girls e Love GAMEfino a manifestazioni internazionali come il Premio Caruso a New York trasmesso su Rai Italia.
Dal Concertone di fine anno in piazza del Plebiscito a Napoli allo speciale dedicato alla moda per la Giornata Nazionale degli Abiti Storici su Rai Play insieme ad Angela Tuccia, fino al recente debutto su Rai 1 con Fari di Speranza, il concerto in memoria di Giovanni Paolo II durante il Giubileo 2025, Barbara ha attraversato linguaggi e pubblici diversi mantenendo una cifra precisa: responsabilità e voglia di buttarsi, sempre.
Dietro il curriculum, però, c’è soprattutto una donna che ha fatto del coraggio una regola di vita.
Partiamo dall’inizio: quanto ha contato la tua infanzia nella donna che sei oggi?
“Moltissimo, direi in maniera decisiva. Sono cresciuta con amici maschi, perché nel palazzo in cui vivevo non c’erano bambine, e questo mi ha abituata presto a confrontarmi con giochi e dinamiche che richiedevano intraprendenza, resistenza, a volte anche un pizzico di incoscienza. Ho imparato che, se volevo esserci, dovevo dimostrarlo. Non mi sono mai tirata indietro e questa cosa è rimasta la mia postura nel mondo: entro nelle situazioni, le affronto, anche quando fanno paura.”
C’è un episodio che più di altri racconta questo spirito?
“Sì, ed è diventato quasi leggendario in famiglia. Eravamo davanti allo scivolo del garage con le biciclette e uno dei miei amici mi disse: “Tu non hai il coraggio di scendere”. Per me fu una miccia. Mi buttai e andai a finire contro una colonna: bicicletta distrutta, io salva per miracolo. Però quella caduta parla ancora di me: preferisco rischiare piuttosto che restare con il rimpianto di non aver provato.”
Questo ha influenzato anche il tuo modo di vivere il ruolo di donna?
“Credo di sì. Mi ha resa molto autonoma. Non mi sono mai sentita quella da proteggere, anzi spesso sono io che proteggo gli altri, che mi espongo, che prova a risolvere i problemi. È un misto di forza e cura: puoi essere empatica e accogliente, ma anche estremamente determinata. Non sono due cose in contrasto.”
Nel lavoro questa attitudine come si traduce?
“Nel fatto che scelgo l’azione. Sempre. Non mi è mai capitato di fermarmi perché temevo di non farcela. Intanto provo, poi vediamo come va. Se c’è da correggere, si corregge dopo. Questo mi ha permesso di attraversare esperienze diverse, di cambiare contesti, di accettare sfide nuove senza farmi bloccare dall’ansia del risultato.”
Il tuo percorso scolastico è stato lineare?
“No, è stato un crescendo e mi piace dirlo perché può essere utile ai ragazzi. Non ero la più brillante alle medie o al liceo, al classico sentivo molto il peso del confronto con chi sembrava più bravo. La vera svolta è arrivata all’università: studiando da sola, senza etichette, ho capito davvero chi ero. Lì ho preso fiducia e sono venuta fuori.”

A proposito di ragazzi: come vedi la generazione che cresce tra scuola e social?
“Ha possibilità enormi. I social possono offrire spazi di espressione e anche di riscatto: magari in classe fai fatica ma fuori trovi la tua strada. Però c’è un prezzo da pagare. Dedichiamo meno tempo ai rapporti reali e più a quelli digitali. Condividiamo tutto, ma spesso siamo soli davanti a uno schermo. Siamo più connessi, ma anche più isolati.”
È una sensazione che riguarda anche chi fa il tuo mestiere?
“Molto. Le persone pensano di sapere sempre dove sei e come stai perché lo vedono online. Così magari ti chiamano meno. Ma vedere una storia non equivale a esserci davvero. E quella mancanza, a lungo andare, si sente.”
Da giornalista, quanto pesa la responsabilità del racconto, soprattutto nelle notizie delicate?
“Pesa tantissimo. I social mostrano tutto e subito, ma senza filtri. Noi invece dobbiamo avere misura, rispetto, consapevolezza. Le parole possono aiutare a capire oppure ferire, possono restituire dignità o creare ulteriore dolore. Non è mai neutro il modo in cui racconti qualcosa.”
Ti ricordi il tuo primo colloquio di lavoro?
“Come no. Avevo 22 anni, ero in prova in studio in una piccola emittente. Il regista continuava a sentire un rumore in cuffia e cercava di capire cosa fosse: era il mio cuore che batteva fortissimo. È stato un momento buffo ma importantissimo, perché ho capito che l’emozione fa parte del percorso. Non deve fermarla, devi attraversarla.”
C’è una domanda che avresti voluto sentirti fare più spesso?
“Mhh…forse: “hai bisogno di una mano?”. Credo molto nel fare rete, nel sostenersi. A volte ognuno pensa al proprio spazio, ma potremmo crescere molto di più collaborando. Offrire aiuto è un gesto potente.”