In un’intervista che ha già fatto il giro del web, il noto giornalista e direttore del quotidiano Il Tempo, Tommaso Cerno, ha rotto il silenzio su un episodio drammatico della sua infanzia che lo ha segnato profondamente. Con tono crudo e privo di censure, ha dichiarato che la sua “prima volta” avvenne con un prete, quando lui aveva appena 11 anni. «Non ho mai capito se volevo o non volevo», ha ammesso Cerno, spiegando di aver percepito che fu «sicuramente una violenza, ma a 11 anni non ne sei consapevole. Però mi piacque, quindi non so cosa pensare di quel prete».
La frase, potente e sconcertante, ha immediatamente scatenato un’ondata di reazioni: da chi lo difende per la sua onestà nel raccontare un trauma, a chi lo critica per la frase “mi piacque”, che rischia di essere fraintesa o strumentalizzata. Ma secondo Tommaso Cerno nulla è lineare: l’età, la condizione, la confusione di un bambino lo rendevano incapace perfino di dare un nome a ciò che stava accadendo. «A 11 anni non sei in grado di patrocinarti né di valutare. È stato violenza», ha ribadito, mettendo nel mirino non solo il soggetto ma l’intera responsabilità di chi avrebbe dovuto proteggerlo.
Un passato che torna: la carriera di Tommaso Cerno
La confessione è emersa nell’ambito di una conversazione più ampia con il giornale, nella quale Tommaso Cerno ripercorre la sua carriera: da giovane cronista pieno di sogni a direttore di testata. Nato a Udine, passato per il Parlamento e per redazioni prestigiose, il suo cammino tecnico e professionale certo appare solido. Ma è questo episodio legato all’infanzia che ha dato un altro senso alla sua vita oggi: un vissuto che, ha confessato, lo ha segnato e accompagna ancora, insieme a una battaglia personale contro un tumore diagnosticato dieci anni fa.
È in questo contesto che la sua ammissione assume anche una dimensione pubblica: non solo un fatto privato, ma parte di una riflessione più ampia sui rapporti di potere, sulla vulnerabilità dei minori e sul silenzio che troppo spesso circonda le vittime. Ecco perché la scelta di usare la parola “mi piacque” ha attirato l’attenzione: non come rivendicazione, ma come testimonianza della confusione provata all’epoca, della difficoltà a metabolizzare l’accaduto. Il giornalista ha spiegato che la frase “mi piacque” venne fuori proprio perché, a quell’età, non esistevano filtri e una parte di lui – bambino che era – reagiva in un modo controintuitivo.
Reazioni e dibattito social: fra sostegno e polemiche
La rivelazione di Tommaso Cerno ha subito diviso l’opinione pubblica: sui social si sono moltiplicati commenti di solidarietà, ma anche di critica feroce. C’è chi lo ringrazia per aver rotto un tabù – l’abuso sessuale da parte di figure religiose –, a prescindere dal fatto che la vittima fosse maschio, giovane e confuso.
C’è chi invece sottolinea che la dichiarazione «mi piacque» può essere usata per colpevolizzare la vittima, nonostante il giornalista abbia chiaramente parlato di violenza. Gli operatori del settore – psicologi, giornalisti, associazioni – stanno sollevando una questione: come narrare questi episodi senza stigmatizzare, come far capire che la risposta di un minore non è mai una scelta consapevole? In questo senso, Tommaso Cerno – con la sua voce e la sua penna – offre una testimonianza che può diventare strumento di confronto, ma al tempo stesso richiama la delicatezza necessaria nel trattare casi di questo tipo.
Oltre la confessione: cosa cambia per lui e per il pubblico
Per Tommaso Cerno la confessione ha un doppio effetto: personale e professionale. Da un lato, ha aperto una ferita di cui forse si vergognava o che aveva nascosto sotto un velo di “normalità”. Raccontarla significa trovare una forma di libertà, ma anche accettare che quell’episodio – con un prete, a 11 anni – ha contribuito a formare chi è oggi. Dall’altro, questa scelta implica un ruolo pubblico: Cerno sa che le sue parole avranno risonanza e che verranno lette come “messaggio” per chi ha vissuto esperienze simili.
Non è un caso che abbia parlato anche di famiglia, etica, patriarcato, fedeltà e identità: tutte tematiche che, in qualche modo, si intersecano con la sua infanzia e con il vissuto che ha ora condiviso. In una società in cui la voce della vittima è sempre più importante, questa testimonianza potrebbe stimolare un dialogo. E lo farà con la sua penna, lo farà col suo ruolo di giornalista che ha costruito una carriera senza paura di sferzare il potere.